Málaga, la cittá che non ti aspetti

Tra sole, mare, arte e tanta bella gente

Ottobre è un bel mese, a Roma le famose “ottobrate Romane” celebrano il passaggio dall’estate all’inverno, senza passare dall’autunno, che ormai non esiste purtroppo più. Il tre del mese mi ero ripromesso di trascorrere un periodo da turista nella capitale d’Italia, quando alle tre-e-zero-tre mi trilla il telefono di casa “Fabio come stai? Ti stavi annoiando, vero? Che ne pensi di un viaggio in Andalucía?” era il mio Direttore che non si faceva vivo da un bel pezzo. Sarà, ma ogni volta che lo sento mi viene da pensare a come mi fa stare bene e mi rilassa e mi carica e mi inietta una dose di adrenalina come solo poche persone al mondo sono capaci di fare. Dieci minuti dopo ero già sul sito della Vueling a comprare il biglietto per Málaga. Partenza la sera del venerdì e ritorno il pomeriggio della domenica. Un weekend senza intaccare le ferie (ad averle…)

Volo serale alle 2030, quando la giornata lavorativa è già finita, quando non vedi l’ora di salire a bordo e riposarti un paio d’ore. Non ho fatto il check-in on-line (sbaglio enorme) ma la ragazza al banco è carinissima e mi serve un posto in prima fila! Non fate come me però, prenotate prima che spesso è volentieri i voli Vueling sono strapieni. Due ore e mezza dopo sono a Málaga, la capitale Andalusa. La città del sole. L’aeroporto è di quelli importanti, grande, ampio, con un sacco di gates e negozi e bar e ristoranti che sembra di essere in Asia. Salgo sul primo taxi che mi porta all’uscio di un appartamento proprio al centro della città. Una señora mi aspetta per consegnarmi la chiave, Dolores Juanita, sulla sessantina, mi racconta di aver passato oltre trenta anni in un ospedale a curar malati. Il suo viso è marcato dalle rughe, profonde, scavate, perfettamente adagiate dalla fronte agli zigomi, in un tutt’uno con le rosse e grandi gote. Mi illustra la casa e mi lascia una cartina della città e mi dice “si hay problemas, llamame”. La proverbiale ospitalità Andalusa si comincia già a notare.

Ore sei e trentanove del sabato. Faccio una frugace colazione e mi vesto col mio solito abbigliamento: shorts e scarpe ultracomode, un cappellino bianco, una t-shirt bianca e uno zaino zeppo di “prime necessità” con la mia immancabile Nikon al collo.

Parto col raccontarvi la fine della giornata, come in un film. “Vado a dormire stremato dai ventisette chilometri fatti a piedi”.

Scendo dal “piso” e comincio a guardarmi intorno e sono in un quartiere molto provato, pieno di murales che raccontano la vita comune e le battaglie e le speranze di una città in pieno fermento. Cinquanta metri e sono sulla via principale e scendo giù, costeggiando i piccoli e colorati negozi di souvenir, le “boteguitas” che ti vendono panini e formaggi e salumi e ogni altro ben di dio. La cosa che mi colpisce è vedere una città che sonnecchia alle otto del mattino, che sorniona prova a partire e a far partire la giornata. Qui fa luce più tardi rispetto a Roma, con un ritardo fisiologico nel fare le cose, ma non per tutti: c’è chi lava le strade con acqua e scopettone, mantenendo lucide le pietre ed i marmi a terra. C’è chi prepara il bar per la colazione, che qui si fa tardi, molto tardi, mostrando i famosi churros o inondando le vie di profumati croissant caldi, c’è chi prova a venderti un tour in Segway, chi vorrebbe vendere semplicemente un ricordo, ma mai in modo scortese né insistente. Mi dirigo verso il mercato e  ormai sapete quanto mi affascini vedere cosa compra la gente del posto. Un corso di macellai e uno di pescatori e alla fine alcuni locali che ti cucinano quello che hai comprato. Due gamberetti al volo non me li toglie nessuno… Continuo il mio giro e mi imbatto in un matrimonio (e ne ho contati ben 12 in una sola giornata) che mi impressiona alquanto: tutti giovani, tutti vestiti benissimo ma in modo semplice, le donne con dei grossi cappelli piumati, gli uomini tutti con vestiti blu o tendenti al blu. Arriva la sposa e tutto intorno si fa silenzio. Mi intrufolo nella chiesa e mi pongo dietro al sacerdote per inquadrare meglio la scena. Le veline vestono una in verde e l’altra in rosso, al centro la dama bianca, ed il tricolore è servito. Esco commosso, con i lucciconi agli occhi, emozionato come se li conoscessi. Riprendo la mia passeggiata e mi reco alla piazza de la Constitución. Tutto è molto squadrato, lineare, grande, aerato, con i suoi colori variopinti e il giallo e l’ocra e il blu e il rosso che spadroneggiano. Mi fermo ad ammirare i ragazzi che camminano soli e tranquilli per le vie, le mamme sembrano allegre, i papà anche. Sembra di essere in un posto che non esiste, sembra tutto finto, troppo bello per essere vero. Lo stomaco brontola e mi ricorda che il mio orario biologico è diverso da quello locale. Mi fermo a mangiare una paella, due gamberi fritti e la coda di toro in umido. Leggero, no? Mi dirigo nel pomeriggio verso la cattedrale dove decido di acquistare il biglietto per visitare i suoi tetti, anziché l’interno. Alle quattro in punto cominciamo la nostra salita attraverso una miriade di scalini che partono da circa due metri di larghezza fino a ottanta centimetri con giro a chiocciola… Se soffrite di claustrofobia pensateci bene ma se avete problemi con le vertigini, lasciate proprio stare. Da sopra la vista è mozzafiato: Málaga ha i tetti come quelli di Parigi, i balconcini come in Arabia Saudita, le vetrate come a Londra. Proprio un bel vedere. E poi c’è lui. Sontuoso. Immenso. Scintillante. Favoloso. Blu. Il Mare. Ti giri e lo scorcio ti toglie il fiato. I multicolorati tetti si fondono col verde del parco sottostante che abbraccia il cobalto dell’acqua che, infinito, si scioglie col cielo. É riduttivamente fantastico. Torno indietro tramite le stesse scale, ma con gli occhi e la mente pieni di attimi interminabili di bellezza, di gioia e di malinconia.

Il sole comincia la sua discesa. La gente si prepara per la sera che “va a comenzar”. Io torno verso l’appartamento per un rapido rifocillo. Alle nove sono di nuovo in strada decidendo dove andare a mangiare. Trovo un piccolo bar che serve el jamón con queso, papas y pollo e un’ottima birra e me ne vado da lì con soli 23 euro. E come detto all’inizio del racconto, vado a dormire stremato dai ventisette chilometri fatti a piedi…

Domenica mattina sveglia tardi, alle 8. Caffè e un dolce che ho preso in un supermarket e riparto alla scoperta del castello che sovrasta Málaga, prima di dover tornare in aeroporto. Scendo verso il porto ed arrivo all’anfiteatro Romano. Una stradina laterale ti invita a salire per andare a visitare il castello di Gibralfaro, attraverso la Alcabaza che è la parte ai piedi. Comincia una salita inesorabile, lenta e violenta e con punte di difficoltà da vero trakker. Ci vuole quasi un’ora per arrivare fino in cima e una mezz’ora buona prima di raggiungere il mio karma e prima di farmi spezzare il fiato da una vista sì tanto incredibile della città. Entrato nel castello puoi godere di una passeggiata sulle mura di cinta, passi da un merletto all’altro, salti da una torretta all’altra, sali e scendi gli scalini, ti senti un po’ il custode che difendeva i suoi concittadini, ti giri verso l’interno e ti incanti a guardare la piazzetta, volti il viso ancora e trovi uno scoiattolo che ti fissa, provi a fotografarlo e poi rinunci perché ti rendi conto che la bellezza è la magia del momento stesso.

Malefico contatempo, cell’hai con me, dimmelo. Sono già le undici e quarantasette e devo scappare, come cenerentola di giorno, per tornare a prendere i bagagli e andare in aeroporto. La discesa è rapida, svicolo tra le persone che salgono ormai col sole a picco e un ghigno sorprende il mio volto che luccicante di sudore si specchia in un rivolo d’acqua. Arrivato ai piedi di Gibralfaro, una folla di persone intona un canto, una manifestazione spontanea di gente che inneggia alla pace nel mondo, mentre i  turisti increduli si aggiungono al coro. Una via più in là e ancora murales. Ho fotografato in lungo e in largo queste opere d’arte che spuntano dal nulla, che urlano tutta la loro forza e bellezza, che raccontano la città in sé.

Mi infilo in un bar, prendo un taco, una cerveza, ritiro il bagaglio e mi prenoto  Uber (si, qui funziona e anche bene, non come da noi che la “casta” blocca il progresso). Venticinque minuti di risate e riflessioni col conducente (che si presenta addirittura con camicia e cravatta) mi separano dall’arrivo al “Pablo Picasso“, e non avrebbe potuto chiamarsi diversamente l’aeropuerto internacional de Málaga.

Mi metto in coda per il check in dietro una nutrita schiera di ragazzi di un liceo romano venuti in gita scolastica qui. E mi risucchiano indietro di trent’anni, con le mie angosce e le speranze e le giornate spensierate. Ancora una volta la Vueling si supera per brillantezza nel gestire così tante persone in pochi minuti. Avevo dimenticato nuovamente di fare il check in dal sito ma mi assegnano un posto fantastico in quarta fila. Comincio a pensare di essere un privilegiato. Poi mi ricredo e noto che anche ad altri passeggeri danno le stesse attenzioni. Allora è proprio Vueling che ci sa fare. Due ore e dodici minuti dopo il decollo sono nuovamente a Roma. I miei occhi ora vedono solo lo splendore di una città perfettamente mantenuta e gestita. Una città con i resti romani, ma che con Roma (almeno quella attuale) ha ben poche cose in comune.

Caro il mio direttore voglio dirti una cosa in confidenza, giusto tra me e te e qualche assiduo lettore: non è che la prossima volta potrei andare a…..?

 

 

 

 

 

[Tratto dal libro” i miei viaggi pindarici” di Fabio Zinanni]

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