tanto te lavori per una compagnia aerea, sei agevolato…

Sette settembre duemiladiciotto. I pellegrini rientrano dal Hajj, il grande evento della religione islamica. Sono consapevole che il volo del mio rientro è pienissimo e, lavorando ormai da anni in compagnie aeree, conosco anche il rischio concreto di dover cambiare piani all’ultimo momento. Previdentemente e preventivamente, pur sapendo di essere senza speranze, effettuo il check-in via App con la speranza di passare inosservato il giorno seguente all’accettazione. Ma non è così. E da qui inizia tutto.

Sveglia alle ore 5. Colazione con un caffè che solo a chiamarlo così gli ho fatto un complimento. Liofilizzato con acqua calda e tre biscotti. Alle 630 check out dall’albergo. Ore 640 un autista Uber (che non parla una parola d’inglese, tantomeno io di arabo) mi consegna all’aeroporto di Jeddah. Sbarazzino e affannato arrivo al banco mostrando la mia bella carta d’imbarco che fuoriesce dalla App. Il ragazzo prova un paio di volte ad emettere il tag per la valigia ma, nel suo ciancicato inglese, mi invita ad andare al desk per parlare col supervisore. Tana libera tutti! Dopo aver cercato invano il numero indicatomi dall’inserviente, mi getto a capofitto nella stanza a vetri della Saudia e, con un sorriso che anche “Mandrake” in “Febbre da cavallo” di Gigi Proietti mi avrebbe invidiato, chiedo lumi sul perché io fossi lì anziché già imbarcato. A denti stretti, molto stretti, senza guardarmi in volto mi dice che il volo è pieno di tornare dopo un’ora. Ok, la cosa si fa seria. Torno alle 8 come dettatomi. Davanti a me due italiani molto irrequieti perché hanno subìto lo stesso trattamento (ma loro sono poi partiti), persone che si infilavano da destra e sinistra, mentre mi distraevo un attimo, e passavano inesorabilmente avanti sbiascicando l’arabo arcaico. Provo a contrattare una via d’uscita chiedendo di riorganizzarmi il volo, ma non è aria. Alterco un po’ e alla fine vado a parlare col capo scalo il quale, gentilmente, mi accompagna in un altro ufficio. Dentro di me non sapevo se fossi vittima di uno scherzo, vivere un brutto presente e senza avere la minima aspettativa del futuro. Altri 40 minuti di tira e molla e alla fine baratto il mio volo con uno per Istanbul, accettando di acquistarmi il volo da Istanbul per Roma. In affanno e di corsa riesco ad imbarcare il bagaglio e volo al gate, avendo la fortuna che il controllo passaporti fosse totalmente libero.

Arrivo sotto allo schermo delle partenze ed il volo viene additato con 1 ora di ritardo. Non so chi sia mai stato all’aeroporto di Jeddah, ma posso assicurare che non è assolutamente un bel permanere. Il ritardo porta però un cestino di viveri (esagero) che mi permette quantomeno di fare colazione con un Kit Kat ed un succo di mela (che non ho digerito e mi ha fatto compagnia per 3 ore) . Non chiamano l’imbarco e, per puro caso, riesco a capire che stiamo in partenza. Mi accodo e salgo sul bus che impiega 25 minuti per portarci in un altro terminal. Partiamo con 2 ore e mezza di ritardo. Ok, dico io, tanto il volo per Roma ha ancora un margine di tempo per poter essere preso. Mi sbagliavo. Arrivo a Istanbul un’ora prima del volo successivo ma devo aspettare il bagaglio. E qui voglio aprire un capitolo a parte.

Il bagaglio.

Quella valigia piena di cose che indossi (ma anche no), quella valigia che hai comprato e utilizzato così poche volte perché preferisci viaggiare col solo bagaglio a mano, quella valigia che, al nastro di arrivo, attendi come se aspettassi di rivedere un figlio da anni. E sei lì. Davanti al nastro. Accalcato con altre 250 persone che hanno lo stesso sentimento. E aspetti. E aspetti. E aspetti ancora. Fino che cominci a farti venire il dubbio che possa non arrivare. Ma un ghigno esce dal tuo labbro superiore destro, tanto lo sai che sta per arrivare. E sei lì, e ti sposti davanti alla bocca d’uscita per vedere se, anche in malo modo, la tua stia per uscire. Ma non c’è. E il tempo vola. Vola quel lasso che ti divide dal prendere il volo che ti riporta a casa dopo tanto pellegrinare. E lei non esce. Si ferma il nastro e capisci che non la rivedrai mai più. Poi un sussulto e il carosello riparte e tu sei lì che con gli occhi dici “eccola, no… Forse è lei…” e poi ti accorgi che hanno cominciato a scaricare il volo successivo. Allora giri intorno al nastro, scruti le valigie degli altri per vedere se magari l’hanno presa per caso. Ma non c’è. Fai un’altro giro e poi ti arrendi. Entri in uno stanzone e fai la denuncia e ti dicono “si, la sua valigia non è proprio partita, arriverà col primo volo utile”. E allora imprechi. Tanto. Interiormente. Li tiri giù tutti. Perché nel frattempo hai perso anche il volo che a saperlo prima me se sarei fregato della mia piccola…

Fai dogana. Esci e vai alle partenze alla ricerca di un altro volo da poter prendere. Finalmente una gentil signora ti dà la nuova carta d’imbarco. Ma il volo partirà da lì a 5 ore… Rifai la dogana e il tizio della polizia mi guarda storto: lo so, sono entrato nel vostro paese solo un’ora fa e mene vado subito. E vabbè. Girovago all’interno dell’aeroporto alla ricerca della rete WiFi per poter contattare il mio mondo. Ma qui dopo due ore paghi. E vorresti pagare. Ma non c’è verso, la connessione non va. Avvisi a casa con un obsoleto sms che, forse, arriverai in nottata. Ma chissà se l’etere lo abbia mai recapitato quel messaggio. Un annuncio incomprensibile dice che il volo per Roma è in ritardo. E allora pensi che veramente ci sia una congiura in atto, un disegno dall’alto che mi voglia far capire qualcosa. Menomale che la ragazza del check-in mi ha assegnato un posto a bordo fantastico, il catering eccellente e la compagnia ottima, recupera in volo e atterriamo in tempo. 2 kilometri di camminata nell’aeroporto di Fiumicino per guadagnare l’uscita e, una volta fuori, ti vedi passare lo shuttle bus che avrebbe dovuto portati al parcheggio. Finalmente arrivo in auto, pago il ticket e la colonnina mi ruba la ricevuta. E poi arrivo finalmente a Casa. Dalla Mia Famiglia. Che mi sta per riabbracciare.

Mi hanno sbarcato, mi sono sbrigato a prendere un volo con un altra destinazione, é partito in ritardo, mi hanno perso la valigia, ho perso l’altro volo, non ho internet, ritardo anche da Istanbul, la colonnina mi mangia la ricevuta. Sapete una cosa? L’importante è che alla fine c’è una Famiglia a casa che ti sta aspettando. E li trovi lì, addormentati sul divano e a terra che hanno fatto le ore piccole per te. Solo per dirti “bentornato a casa tua”. Ore 3am. Buonanotte a tutti.

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